Clara Orlandi, detta Claretta, due nomi, il laboratorio e la vetrina, la stessa persona.

Il nome: percezione ‘aborigena’ in ognuno di noi.

A ‘tuppertù’ con Benedetta Torsello, in occasione della presentazione del testo Iniziazione al mondo degli aborigeni, ed. Mediterranee, Roma, 2003.

B. T. Ho notato che lei usa nomi diversi nel firmare i suoi lavori: Clara, Claretta. Mi chiedevo come fosse nata questa esigenza, ma prima che Lei risponda volevo accennare all’etimologia del suo nome. Clara è un nome che deriva dall’aggettivo latino clarus che significa chiaro, luminoso e in senso figurato illustre, famoso. Inoltre, secondo l’onomastica, la chiave di questo nome è ‘Colei che decide’. Lei si rispecchia in questa caratterizzazione?

C. O. Le sono grata per questa lusinghiera definizione! Mi rammenta il detto latino in nomen omen o nomina sunt omina che significa appunto che l’uomo si vede già dal nome, dunque un nome, un destino. Sembrerebbe che poche lettere messe insieme raccontino il carattere, la personalità di colui al quale il nome appartiene…

B. T. Da quanto ho letto in Iniziazione al mondo degli aborigeni anche il popolo aborigeno aveva una concezione simile riguardo al nome da dare al nascituro, tanto da tenerlo segreto. È così?

C. O. Esattamente e, per ciò che mi riguarda, mi piace pensare alla persona come ad un’opera d’arte che emana un soffio, una brezza che la rappresenta. Questa aura si rende normalmente ‘visibile’ nel nome di ognuno di noi. Il nome si fa carico di questa atmosfera suggestiva ed evoca, attraverso il suono, un’aura tutta sua. Così ci sono aure diverse in luoghi e spazi temporali diversi della nostra esistenza. Perché non approfittare della possibilità di far conoscere pubblicamente, attraverso un nome nuovo, la nostra costante evoluzione? È solo una convenzione sociale quella che ci obbliga a chiamarci nello stesso modo per tutta la vita. Dunque, Clara Orlandi è il nome anagrafico di Clara. Ma Clara si chiama a volte Claretta o si serve dei suoi nomi aborigeni per comunicare in altri spazi.

B. T. Mi scusi, potrebbe entrare nello specifico per ciò che riguarda la correlazione tra i ‘nomi’ da lei usati e i suoi lavori?

C. O. Claretta, è il nome più intimo, è il laboratorio; di preferenza, scrive storie, favole e componimenti poetici. Claretta. Così mi hanno chiamato le persone che per prime hanno osservato e incoraggiato mie capacità espressive. Ricordo ancora con emozione il grande maestro Arthur Rubinstein che mi spinse a coltivare l’inclinazione poetica ricordandomi che solo attraverso il linguaggio artistico gli uomini sono in grado di comunicare la loro verità. Claretta, quando scrive, desidera riappropriarsi di attitudini e talenti nascosti nella sua natura originaria, si sforza semplicemente di ritornare bambina, di guardare la realtà con occhi innocenti preferendo usare il cuore piuttosto che la ragione, è colei che tralascia ogni presunzione letteraria, affidandosi all’intuizione e alla fantasia, è infine il nome dell’iniziata che parla per conto della semplice ingenuità e della poesia del mondo degli aborigeni australiani che hanno lasciato un’impronta indelebile nella sua anima.

B. T. Qual è il ruolo di Clara?

C. O. Clara è la vetrina, è la ricercatrice, la studiosa impegnata, è l’autrice accademica. Ha viaggiato molto, incontrato culture e filosofie diverse. Per intenderci è quella con la passione per l’approccio storico-antropologico delle culture orientali in generale. Più in particolare lei si interessa alla cultura giapponese, a quella cinese delle arti marziali come il Tajijquan e il Wing chun, ma anche alla diagnostica particolarissima della Medicina Tradizionale di questo popolo. Ma è la cultura aborigena australiana e i suoi studi di Missiologia ad esercitare una forte attrazione che resta il suo punto di maggior interesse. Clara ha l’innata predisposizione della ricercatrice oltre a quella della intima osservazione. Da qui la spinta a ‘studiare’ se stessa, a vedere dall’esterno le proprie fragilità, le paure, a sentirsi libera, in modo singolare e, destinata a crescere. Così, Clara e Claretta finiscono per essere la stessa persona perché, pur assecondando le pre-tese della costruzione scientifica come studiosa e autrice, rimane in modo irrinunciabile aperta ed attenta alla seduzione della poesia, e alle pre-tese del cuore, più esigenti delle architetture della scienza.

B. T. Lei prima accennava al fatto che a volte si serve degli appellativi aborigeni. Può spiegare di cosa si tratta?

C. O. Gli aborigeni erano dei veri specialisti nel dare il nome ad una persona. Molto importante era quello che veniva dato allo spirito bambino, prima ancora che nascesse ,dal padre o dalla madre. Di solito, coincideva con il luogo che, secondo la madre, era quello del concepimento che prescindeva dall’atto sessuale. Era il sogno e l’intenzionalità a dare il via al meraviglioso processo di vita, per questo la futura madre si recava in un luogo a lei caro o un luogo sacro e lì coglieva l’attimo preciso in cui lo spirito l’avrebbe fecondata. Il nome del nascituro dipendeva da questo attimo di connessione con il divino. Secondo il loro costume, il primo nome rimaneva segreto, solo i familiari ne erano a conoscenza. Il nome rivestiva una valenza magica e la ripetizione continua ne avrebbe fatto perdere la potenza.

B. T. Ma è vero che potevano cambiare nome nel corso della vita?

C. O. Sì è così, e ciò era legato alle loro esperienze personali, poteva indicare una crescita spirituale, un compito da assolvere, di solito, comunicava il loro stato di ‘essere’. Perciò durante la vita un individuo, uomo o donna che fosse,  poteva cambiare nome secondo le necessità.

B. T. Può dirci i suoi nomi aborigeni?

C. O. No, non mi è permesso. Il nome è segreto e il suono non può essere pronunciato. Posso solo dirne il significato. Il mio primo nome aborigeno è stato la ‘Donna dell’arte di accarezzare l’aria’; di come mi sia stato attribuito ne parlo ne Il Sole abita Uluru. Brevemente posso accennare che, di fatto, esiste un legame esperienziale personale con il Taijiquan (Arte di accarezzare l’aria) e la cultura aborigena australiana. Quando compongo versi ispirati dai luoghi, ad esempio, divento ‘Occhi grigi’ quasi a sottolineare la funzione dell’anima che coglie la legge del bello attraverso gli occhi. L’ispirazione avviene se lo sguardo è puro. Questa ‘purezza’ non può non essere esplicata se non dall’anima fanciulla curiosa che si incarna in quel nucleo profondo che solo lei conosce, che solo Claretta riesce ad esplorare. E’ a Claretta che parlano gli aborigeni.

B. T. La ringrazio vivamente per questo mondo sconosciuto e affascinante che Lei ha il dono di portare alla nostra attenzione.

C. O. Grazie a Lei della pazienza per avermi ascoltata.